Elio Germano e Chiara Lagani: “Siamo liberi di pensare con la nostra testa?” | la CRONACA di RAVENNA

Elio Germano e Chiara Lagani: “Siamo liberi di pensare con la nostra testa?”

Intervista alla coautrice che spiega il lavoro sulle parole del “Mein Kampf” per far riconoscere al pubblico la propria responsabilità negli accadimenti. Lo spettacolo “La mia battaglia” ora circola nella formula in VR. Ne è stato tratto un libro

02 marzo 2021 - “La mia battaglia” è un testo teatrale scritto a quattro mani da Elio Germano, noto al grande pubblico per le sue interpretazioni televisive e cinematografiche (ha tra l’altro vinto l’Orso d’argento a Berlino nel 2020 per il ruolo del pittore Antonio Ligabue in “Volevo nascondermi”) e da Chiara Lagani, attrice e drammaturga, cofondatrice e condirettrice artistica della compagnia Fanny & Alexander, che ha sede a Ravenna ed è attiva sia in Italia sia sulle scene internazionali.
Insieme, Germano e Lagani hanno concepito uno spettacolo che coinvolge e scuote il pubblico ignaro, mostrando in tempo reale come si possano manipolare le coscienze e come si riesca ad arrivare, trascinando con sé chi ascolta, da dichiarazioni apparentemente condivisibili a proclami orrendi.
È un monologo dello stesso Elio Germano, che si presenta tra gli spettatori con il suo fascino di personaggio famoso e affabile e inizia a fare affermazioni che il pubblico condivide e applaude, attribuendole a lui e non al ruolo che sta interpretando; in progressione, Germano arriva ad asserzioni dal contenuto sempre più insostenibile e il pubblico si rende conto di aver accolto con favore un pensiero dal contenuto profondamente negativo, finché non si svela che il protagonista sta impersonando Adolf Hitler.
La chiave è nel titolo: “La mia battaglia”, infatti, non è altro che la traduzione italiana di “Mein Kampf”. Lo scritto hitleriano è in parte strumentalmente citato nello spettacolo, che ha debuttato allo Spazio Tondelli di Riccione nel 2018, è stato poi in tournée per una trentina di giorni e da allora è visibile in VR, in realtà virtuale; di recente, inoltre, il testo è stato pubblicato da Einaudi. È Chiara Lagani a parlarcene.


Chiara Lagani, come avete concepito uno spettacolo dalla fisionomia così singolare?
“Ricordo che incontrai Elio Germano a Roma, nel periodo in cui c’era un gran fermento intorno al Teatro Valle occupato. Germano da tempo voleva realizzare un progetto nel quale, per una volta, si sarebbe messo dalla parte del male; non sostenendo il male, ma costruendo una sorta di meccanismo di condivisione coatta per il pubblico. Mi chiese quindi di realizzare insieme con lui una trappola, e non mi vergogno di chiamarla così: questo spettacolo contiene una grande trappola per lo spettatore, lo mette nel sacco. Naturalmente, la finalità non è demolitiva ma costruttiva, perché dietro l’inganno si nasconde il senso critico che dovrebbe nascere negli occhi di chi guarda. Per questo noi consideriamo ‘La mia battaglia’ un esperimento sociale, più che uno spettacolo”.

La reazione del pubblico ha soddisfatto le vostre aspettative?
“Durante le rappresentazioni, dapprima gli spettatori accoglievano le parole di Germano con un totale consenso; a un certo punto, però, si accorgevano che le cose intollerabili dette dal protagonista erano conseguenza di affermazioni che loro stessi avevano applaudito. Allora entravano in difficoltà e cominciavano a reagire in vari modi: qualcuno si metteva a urlare contro Elio, qualcun altro lo difendeva ancora nonostante tutto. Molte persone alla fine dello spettacolo non andavano via, rimanevano in sala ad aspettare che Elio uscisse dal camerino per chiedergli i motivi di ciò che era accaduto, allora lui si sedeva e cominciava a dialogare con loro.
È molto forte che a teatro succeda una cosa simile, che si muovano le coscienze. Noi abbiamo creato con grande cura questo dispositivo linguistico, ma non ci aspettavamo che funzionasse fino a tal punto: siamo rimasti stupefatti e lo spettacolo è andato oltre le nostre aspettative”.

“Mein Kampf” è un riferimento per questo lavoro. Che considerazioni avete fatto in proposito?
“La cosa impressionante che abbiamo notato leggendo il libro di Adolf Hitler è come alcune affermazioni, soprattutto all'inizio dell'opera, risultino innocue o addirittura condivisibili se estrapolate dal contesto, a causa della matrice socialista del nazionalsocialismo. L'educazione per tutti, per esempio, che dev’essere indipendente dal censo e delle classi sociali, oppure l’intento di spazzare via la corruzione dal sistema politico.
Sul testo di Hitler abbiamo fatto un lavoro di manipolazione, lo abbiamo reso contemporaneo togliendo quelle affermazioni più datate che immediatamente sarebbero state riconosciute come di un’altra epoca”.

Dopo la tournée durata un mese, “La mia battaglia” non avrà più rappresentazioni in teatro. Perché?

“Ci pare che abbia esaurito la sua portata di esperimento sociale. Poi ormai se ne è parlato e il pubblico vi assisterebbe sapendo già come va a finire. Questo non impedirebbe di entrare lo stesso nel meccanismo potente, catartico del teatro, ma l’esperimento è terminato. Quindi abbiamo deciso di optare per una forma in VR che è quella che sta girando ora ed è la registrazione di una replica. La realtà virtuale, con il casco e gli occhialini appositi, permette un’immersione che a teatro non si potrebbe avere e lo spettacolo assume una forma tra il documentario e la rappresentazione vera e propria.
Il libro pubblicato da Einaudi è una sorta di summa in cui diamo conto dell’esperimento e contiene anche un’intervista a Elio e a me di Rodolfo Sacchettini, nella quale si racconta ciò che sta dietro lo spettacolo. A Ravenna “La mia battaglia” non ha avuto rappresentazioni: il mio modo di restituire alla città questo progetto a cui tengo molto sarà cercare di portare qui la forma in VR, cosa per cui ci sono già trattative in corso, e presentare il libro”.

Patrizia Luppi


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