RAVENNA FESTIVAL/ "Io, Zerha Doğan, in carcere in Turchia per un'opera d'arte" | la CRONACA di RAVENNA

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Sopra le righe

RAVENNA FESTIVAL/ "Io, Zerha Doğan, in carcere in Turchia per un'opera d'arte"

L’artista e giornalista, l’assessore Elsa Signorino e Cristina Mazzavillani Muti hanno partecipato questa mattina alla presentazione del volume del Ravenna Festival 2020

03 luglio 2020 - La città di Ravenna ha con la Siria un legame profondo e imperituro: il suo santo patrono, Apollinare, era infatti originario della città di Antiochia, una delle maggiori metropoli di quel Paese ora devastato da un conflitto senza fine. L’hanno ricordato il sovrintendente Antonio De Rosa e Franco Masotti, condirettore artistico con Angelo Nicastro del Ravenna Festival, presentando stamattina alla Sala Corelli del Teatro Alighieri il libro del Festival 2020.

Assume quindi un significato speciale la dedica alla Siria delle Vie dell’amicizia di quest’anno, che domani a Ravenna e domenica 5 a Paestum vedrà Riccardo Muti sul podio dell’Orchestra giovanile Luigi Cherubini, cui si aggiungeranno nove musicisti della Syrian Expat Philharmonic Orchestra per l’esecuzione della Sinfonia n. 3 di Ludwig van Beethoven, l’“Eroica”.

E di eroismo si può ben parlare a proposito del popolo siriano, che affronta quotidianamente sofferenze indicibili, e di tutti i profughi sparsi nel mondo che, inevitabilmente, portano con sé una storia di enormi privazioni e hanno avuto in passato esperienze laceranti.
Una profuga, curda con cittadinanza turca, è la trentunenne Zehra Doğan, artista e giornalista, che ha partecipato alla presentazione del volume del Festival.
Attualmente senza patria, dopo i quasi tre anni di carcere che le sono stati inflitti in Turchia per la sua testimonianza, in un’opera d’arte, di una realtà che gli uomini al potere avrebbero voluto occultare, è riuscita ad arrivare a Ravenna nonostante le enormi difficoltà per ottenere i visti necessari. Sarà protagonista di una performance artistica nel corso dei concerti delle Vie dell’amicizia, ma già stamattina ha parlato al pubblico della Sala Corelli.

Dopo essersi dichiarata felice e grata per la partecipazione al Ravenna Festival, Zehra Doğan ha affermato che i curdi ora come ora sono senza patria, ma il palcoscenico può per certi versi colmare questa mancanza, perché è una terra loro come di tutti.
Citando le due persone a cui in particolare sono dedicate le Vie dell’amicizia di quest’anno, l’attivista Hevrin Khalaf e l’archeologo Khaled al-Asaad, uccisi dall’Isis, ha ricordato come in particolare l’uccisione di Hevrin Khalaf, che difendeva il suo popolo e i diritti delle donne, sia stata propagandata dagli uomini che l’hanno perpetrata, portatori di una diffusa mentalità maschile, come monito per le altre donne che combattono per l’autonomia. La guerra, ha concluso, è un affare di uomini. Le donne sono contrarie alla guerra.

Dopo l’intervento calorosamente applaudito di Zehra Doğan, l’assessore con deleghe alla cultura del Comune di Ravenna, Elsa Signorino, ha sottolineato quanto sia importante anche solo il fatto di poter essere ancora una volta riuniti per la presentazione dell’annuale volume del Festival. Ravenna, ha detto parlando anche a nome del sindaco Michele De Pascale, ha deciso di fare della cultura uno dei fattori essenziali della ripartenza dopo l’emergenza per il Covid-19 e l’ha dimostrato, fra l’altro, riaprendo prima di altre città le biblioteche e consentendo di nuovo l’accesso ai monumenti.

Ha concluso l’incontro Cristina Mazzavillani Muti, che alla fine dello scorso anno ha lasciato le sue cariche all’interno del Festival che ha fondato e per trent’anni animato, e di cui è ora presidente onoraria. Si è detta felice di vedere che, dopo trent’anni, il Ravenna Festival è pronto per il futuro insieme con le persone che lo realizzano e che al suo interno sono cresciute. La strada del Festival, ha affermato, è seminata di cose talmente buone che porterà continuamente cose buone.

Patrizia Luppi

(foto: in home page il disegno che ha "condannato" Zehra Doğan e un'opera realizzata durante la prigionia)


Il libro del Ravenna Festival 2020


© copyright la Cronaca di Ravenna

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