“L’isola disabitata”, un sogno tra Settecento e giorni nostri. INTERVISTA al direttore d'orchestra e al regista | la CRONACA di RAVENNA

Notizie dal porto

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16/09/2026

Ponte mobile riaperto al traffico, conclusi con esito positivo i lavori

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Porto di Ravenna, agosto frena i traffici: movimentazione in calo del 21,2%

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Cultura

“L’isola disabitata”, un sogno tra Settecento e giorni nostri. INTERVISTA al direttore d'orchestra e al regista

Nicola Valentini e Luigi De Angelis, entrambi ravennati, entrambi al debutto operistico all’Alighieri

22 ottobre 2021 - Sono passati quasi due secoli e mezzo da quando l’opera che sabato 23 ottobre inaugura la stagione lirica del Teatro Alighieri, “L’isola disabitata” di Franz Joseph Haydn, fu rappresentata per la prima volta nella “Versailles ungherese”, la sontuosa dimora della famiglia Esterházy, per la corte del principe Nikolaus.
Sono mutati i tempi, mutate le regole sociali, ma la vicenda mostra alcune relazioni evidenti con quello che stiamo vivendo o abbiamo appena vissuto, a partire dal confinamento delle due protagoniste in uno spazio ristretto, che richiama il nostro isolamento a causa del Covid. Le due sorelle sono obbligate a vivere su un’isola deserta dove la maggiore crede di essere stata abbandonata dal marito. Questi però ritornerà, accompagnato da un amico, e lo scioglimento sarà nel nome dell’amore di due coppie felici.

Le risonanze con l’attualità sono state determinanti perché Luigi De Angelis scegliesse quest’opera per firmarne la regia, oltre a scene, luci e video: un impegno svolto accanto agli altri componenti della compagnia Fanny & Alexander (Chiara Lagani per drammaturgia e costumi, Andrea Argentieri aiuto regia e video) e in rapporto costante con il direttore d’orchestra Nicola Valentini, che dirige l’Ensemble Dolce Concento.
Abbiamo rivolto qualche domanda al regista e al direttore, entrambi ravennati, entrambi al debutto operistico all’Alighieri.


Luigi De Angelis, c’è proprio un richiamo significativo alla situazione di oggi nella vicenda dell’“Isola disabitata”.
“Sì, è più che altro quest'idea di isolamento, di confinamento, di dover essere obbligati a vivere e sostare a lungo in un luogo il cui perimetro non può essere superato se non con strategie interiori del più vario tipo; queste possono essere l’esplorare la propria immaginazione creativa oppure il ripiegarsi su se stessi, come per le due protagoniste femminili dell’opera: una con lo sguardo rivolto alla sua ferita che si indurisce e non cicatrizza mai, e l'altra invece rivolta all'amore per la natura, per la bellezza dell'isola stessa, e quindi al suo mondo interiore più fantastico e fantasioso.
Non ho volutamente dato una prospettiva storica di nessun tipo a questa messinscena, piuttosto l’ho calata nella sensibilità del presente perché credo che sia impossibile prescindere dai filtri, i veli interiori che sempre portiamo in noi: qualsiasi opera andiamo a vedere, qualsiasi cosa di fronte alla quale ci troviamo ha sempre un ulteriore piano, un ulteriore vero che è quello del mondo di oggi, che ci bombarda continuamente di informazioni. Siamo intossicati, ci è impossibile andare a vedere qualcosa purificati dalle tossine del nostro mondo, e questo ha dei riverberi sulla situazione psichica, interiore di ciascuno".

Che ruolo hanno le due figure maschili?

“Hanno la funzione di determinare la vicenda con il loro avvento. Sono stranieri che arrivano e in seguito risulteranno conosciuti, ma dapprima appaiono temibili: c’è l'idea dello straniero che arriva sull'isola da lontano e quindi potrebbe rappresentare una minaccia alla routine quotidiana, all’abitudine. D'altronde la seduzione ha sempre a che fare con lo straniero, cioè con una forza che arriva da lontano e ci catapulta in un mondo che non è più quello in cui ci trovavamo".

Anche il tema dello straniero visto come minaccia è legato ai nostri giorni. La regia lo mette in evidenza?

“Sempre a livello psichico, perché abbiamo ambientato tutto in una dimensione onirica e la rivelazione è sempre all'interno di una cornice sognante. Non c'è un’attualizzazione della figura dello straniero, sarebbe stata troppo una forzatura, però la lettura è sul piano simbolico: i due rappresentano una forza estranea che arriva".

Nicola Valentini, secondo lei perché le opere di Haydn non sono popolari in Italia, perché non vengono rappresentate spesso?
“È una domanda che mi mi pongo sempre anch'io. Probabilmente perché da noi Haydn è visto più che altro come un sinfonista, come qualcuno che ha composto soprattutto musica strumentale. È un peccato: per esempio, questa ‘Isola disabitata’ è un'opera molto sperimentale ed è davvero interessante per capire lo stato della musica intorno al 1770-1780. Noi abbiamo sempre nelle orecchie Mozart, ma non c'è solo lui in quel periodo.
L’opera è sperimentale in quanto Haydn la scrive cercando di abbandonare la forma barocca con il susseguirsi di recitativi ‘secchi’, con strumento a tastiera, e arie orchestrali. Qui alterna invece le arie sempre e solo con recitativi ‘accompagnati’: l'orchestra quindi suona dalla prima battuta della Sinfonia fino all’ultima battuta del Quartetto finale, senza fermarsi mai. Si crea così quel continuum musicale dall'inizio alla fine che diventerà tipico delle opere dell'Ottocento. ‘Orfeo ed Euridice’ di Gluck ha ispirato Haydn, che ha voluto scrivere quest’opera proprio dopo aver ascoltato quella di Gluck".

La sua visione dell’“Isola disabitata” e quella di Luigi De Angelis si sono incontrate senza difficoltà?

“Si è creato un rapporto bellissimo fra regia e direzione musicale, cioè fra Luigi De Angelis e me, e credo che il nostro intento di lavorare insieme fin dal primo giorno abbia giovato molto a tutto lo spettacolo. Non abbiamo mai operato a compartimenti stagni, io per quanto riguarda la musica e De Angelis per quanto riguarda la regia, ma ci siamo sempre impegnati in comunione per fare lo spettacolo insieme. Sarebbe bene lavorare così ogni volta. Non è sempre possibile, ma in questo caso grazie a Luigi lo è stato: davvero una bellissima esperienza".

Patrizia Luppi



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