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Cultura

Intervista a Giovanni Sollima. Sedici violoncelli e tanto amore dal palcoscenico

Per due serate sarà alla Rocca Brancaleone con il Cello Ensemble, Enrico Melozzi e l’Orchestra Notturna Clandestina

21 luglio 2020 - Quattro anni fa i 100Cellos di Giovanni Sollima consumarono, nel nome della musica, un’occupazione pacifica e benevola di strade, piazze e sale di Ravenna. Quest’estate, non essendo possibile una nuova invasione a causa delle norme di sicurezza, il “Jimi Hendrix del violoncello” ritornerà, domani sera alla Rocca Brancaleone sempre per il Ravenna Festival, con una formazione ridotta: il Cello Ensemble, composto da 16 strumenti, che eseguirà un programma fuori degli schemi, da Henry Purcell ai Queen, da Bach ai Nirvana, da Leonard Cohen a Roger Waters, dalla musica popolare siciliana a Domenico Modugno e allo stesso Sollima.

Il violoncellista e compositore siciliano, che in veste di solista ha suonato con direttori come Riccardo Muti, Claudio Abbado e Giuseppe Sinopoli, con una pianista come Martha Argerich e un compositore della fama di Philip Glass, si muove nel mondo della musica con una curiosità mai sazia e una creatività sbrigliata. Ha lavorato per il cinema, la televisione, il teatro e la danza, accanto a personaggi come Peter Greenaway, John Turturro, Micha van Hoecke e Carolyn Carlson, ed è sempre pronto ad aderire a nuovi progetti stimolanti come l’Orchestra Notturna Clandestina dell’amico e sodale Enrico Melozzi: parteciperà infatti al loro concerto di giovedì 23, ancora alla Rocca per il Festival.
Gli abbiamo rivolto alcune domande sul programma della serata di domani e sulla formazione coinvolta.


Giovanni Sollima, che cos’è esattamente e su quali basi è nato il Cello Ensemble?
È una formazione variabile, da piccoli gruppi di violoncelli fino ai 100Cellos, e affonda le radici nell’antichità, nei consort di viole da gamba che erano molto in voga nel Cinque-Seicento, soprattutto in Inghilterra e in altri Paesi europei compresa l’Italia. Buona parte del repertorio della viola da gamba, una volta affermatosi il violoncello, fu trasferito sul nuovo strumento. Per ensemble di violoncelli sono stati poi scritti diversi lavori nei secoli successivi, con autentici capolavori come le Bachianas brasileiras di Heitor Villa-Lobos. In realtà, quindi, non abbiamo inventato niente di nuovo.
Il carattere speciale dell’Ensemble è data dal violoncello stesso, che ha un’estensione così ampia da poter coprire il ruolo di diversi strumenti dell’orchestra d’archi. Il suono è più carnale, molto intenso, e molto dipende dalla bravura degli interpreti, che devono saper spaziare dai bassi profondi ai sovracuti. Ma ci sono tante eccellenze, tanta gente di talento e l’idea dei 100Cellos in fondo è nata così: dare spazio a tutti, di tutte le età e tutte le tendenze musicali, andando a cercare un repertorio che non sia legato a un’epoca, a uno stile o addirittura a un genere. Quindi abbiamo praticato la trascrizione e l’arrangiamento, un’usanza antica anche questa.

Come ha scelto i brani in programma domani sera, così diversi per genere e per stile?
Il programma potrebbe sembrare un po’ un fritto misto, ma in realtà ha invece forti collegamenti che all’ascolto si potranno percepire. Ho scelto musicisti che hanno scritto per viola da gamba come Henry Purcell, compositore di forza straordinaria; ha scritto anche dei brani di ispirazione popolare e di qui alla canzone italiana il passo è breve, per esempio con la canzone di Domenico Modugno Cosa sono le nuvole, con testo di Pier Paolo Pasolini, che sul violoncello suona benissimo perché lo strumento evoca la voce umana.
Insomma, in questo programma c’è un filo rosso che lo fa diventare una sorta di racconto fatto di contrasti anche forti e di curiosi parallelismi; i rimandi tra musiche popolari e compositori che ne hanno lasciato traccia nei loro lavori sono per me simbolici, per l’energia di cui abbiamo bisogno soprattutto adesso perché la terra parli.

C’è anche musica composta da lei nel programma, vero?
Sì, un Sirtaki e un brano, Terra aria, il cui video una quindicina d’anni fa fece il botto su YouTube: per anni l’ho suonato io sovrapponendomi, ora ho scorporato le tre voci affidandole a diversi strumenti.

Ci può parlare della sua collaborazione con Enrico Melozzi, che è compositore e violoncellista a sua volta, oltre che direttore d’orchestra e produttore discografico?
È nata nel 2012 a Roma: io ero all’Accademia di Santa Cecilia dove insegno tuttora, lui era al Teatro Valle, all’epoca occupato, che a mio parere era una delle realtà italiane più belle perché proponeva cultura ventiquattro ore su ventiquattro, dalla danza al cinema al teatro alla musica. Chiesero anche a me di intervenire e una sera incontrai Melozzi. Parlando e bevendo non so quante bottiglie di vino fino alle quattro del mattino, arrivammo a concepire l’idea dei 100Cellos.
Facemmo una chiamata non alle armi ma alle arti, e alla prima edizione aderirono tanti violoncellisti anche importanti, come Rocco Filippini o Enrico Dindo, ma anche studenti e perfino gente che aveva comprato lo strumento due giorni prima e aveva imparato qualcosa su YouTube, e poi bambini, barocchisti, rockettari, metallari: è arrivato di tutto. Si è creato un grande bacino, vengono da tutto il mondo e sono di tutte le età, musicisti sia professionisti sia amatoriali.
Creare i 100Cellos è stato un modo di reagire, di non arrendersi di fronte alle lacune istituzionali per quanto riguarda il futuro degli studenti e lo stato occupazionale, gli stimoli, il confronto, la discussione e la condivisione. Abbiamo cominciato a fare belle invasioni delle città, quattro anni fa anche a Ravenna, in cui la questione musicale era di supporto a problemi legati a uno spazio, un teatro, una chiesa, una piazza da tutelare, a mille altre aspetti da denunciare o quanto meno da rendere visibili a tutti.
Con Enrico Melozzi abbiamo continuamente messo a punto il progetto e abbiamo creato la SIV-Società italiana del violoncello che è anche casa editrice. Per i bambini, e ne arrivano tanti, abbiamo dei tutor, tra cui io stesso e Melozzi, che regalano il loro operato per pura passione e perché questi sono segmenti che mancano nella storia dello studio del nostro Paese.

Che cos’è l’Orchestra Notturna Clandestina?

È un progetto di Melozzi al quale partecipo anch’io: un’orchestra nata per effetto delle chiusure delle altre, che raccoglie persone di notevole valore che avevano perso il lavoro e la stabilità e si ritrovavano un po’ in un limbo. Il nome deriva dal fatto che spesso l’orchestra si riunisce la notte per provare e ha un organico abbastanza variabile che dipende dagli impegni di ciascuno.
Le partiture, anche delle sinfonie di Haydn o di Mozart, vengono ogni volta riarrangiate a seconda degli strumenti che sono disponibili: è bizzarro e anche molto divertente. Come nei 100Cellos e nei Cello Ensemble, anche in questa orchestra quello che salta agli occhi e colpisce il cuore è l’amore che arriva dal palcoscenico, qualcosa che in tante altre compagini professionali non si ritrova proprio.

Patrizia Luppi


© copyright la Cronaca di Ravenna

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