"Orfeo", una storia di giovani senza il finale. INTERVISTA a Pier Luigi Pizzi: "Mi piace immaginare che non ci sia nessuno, neanche Dio, a salvarlo" | la CRONACA di RAVENNA

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Cultura

"Orfeo", una storia di giovani senza il finale. INTERVISTA a Pier Luigi Pizzi: "Mi piace immaginare che non ci sia nessuno, neanche Dio, a salvarlo"

In questi giorni è a Ravenna per regia, scene e costumi dell’opera di Monteverdi che andrà in scena in autunno al Teatro Alighieri

25 febbraio 2021 - La fabbrica di cultura del Teatro Alighieri non si ferma. Anche se le rappresentazioni in pubblico sono vietate, fino al 22 aprile prosegue lo streaming su ravennafestival.live dell’Histoire du Soldat di Stravinskij, mentre nell’isolamento della sala si tengono le prove degli spettacoli previsti entro l’anno.
Al momento, il lavoro si incentra sull’Orfeo di Claudio Monteverdi, che dovrebbe andare in scena nel prossimo autunno per la stagione lirica dell’Alighieri. La “favola in musica” monteverdiana, rappresentata per la prima volta nel 1607, risale agli albori dell’opera; si basa sull’antichissimo mito del cantore che domina tutta la natura con il suono della sua lira e che scende agli inferi nel tentativo di riportare in vita l’amata Euridice.
La parte musicale è affidata a un gruppo di giovani cantanti e all’Accademia Bizantina diretta da Ottavio Dantone; regia, scene e costumi portano la firma inimitabile di Pier Luigi Pizzi, che a novant’anni compiuti è venuto a Ravenna, città che ama, per occuparsi in prima persona dell’allestimento.
Lo spettacolo ha inaugurato il Festival dei Due Mondi di Spoleto, lo scorso 20 agosto, nella piazza del Duomo della città umbra; ripensato per gli spazi chiusi del Teatro Alighieri, sarà in pratica una nuova produzione. A parlarcene è lo stesso Pizzi.


Claudio Monteverdi per l’Orfeo compose due finali di segno diverso. La sua regia non sceglie né l’uno né l’altro, ma elimina addirittura il finale. Per quali ragioni?
“A Spoleto si era deciso di rappresentare l’Orfeo nella revisione di Luciano Berio. Questa versione, che avevo messo in scena anni prima al Maggio Musicale Fiorentino, proponeva di concludere l'opera prima del finale apollineo. A causa della pandemia, il Festival dei Due Mondi decise di rappresentare l’Orfeo tradizionale, ma ho voluto comunque mantenere questa soluzione per il finale che considero di indubbia attualità. Mi piace immaginare che non ci sia nessuno, neanche Dio, a salvare Orfeo. Non esiste altro che la solitudine. È un po' quello che stiamo vivendo”.

Però è possibile reagire, come lei stesso ha affermato parlando di Orfeo, ma anche della nostra condizione.

“Certo, non dobbiamo precluderci la speranza per il futuro, però dobbiamo intanto confrontarci con un domani senza certezze. L’isolamento ci ha costretti a vivere alla giornata senza sapere cosa ci aspetta, in una condizione di disagio. Questo non vuol dire che sia spenta in noi la volontà di andare avanti, non solo di sopravvivere, ma di essere attivi. Io cerco di dimostrarlo con il mio lavoro”.

Quali problemi pone rimontare all’Alighieri un allestimento pensato per uno spazio all'aperto?

“Lo sto sperimentando in questi giorni di prove. Com’è evidente, la trasposizione dalla grande piazza di Spoleto all'interno del Teatro Alighieri pone una serie di problemi. Naturalmente, pur mantenendo l'impostazione dello spettacolo identica dal punto di vista drammaturgico, cerco qui soluzioni alternative sul piano dell'ambientazione, con ispirazioni diverse suggerite a mano a mano dal Teatro stesso. Abbiamo incominciato da poco le prove e vedo che per molti versi la mia concezione via via si adatta a questo nuovo spazio”.

Avrà dovuto modificare la scenografia e aggiungere elementi.
“Il mio è stato un intervento minimalista. Mi adatto a quello che l’Alighieri offre. Ho soltanto avuto bisogno di evocare sulla scena la facciata di un teatro. Nella piazza del Duomo di Spoleto c’è il Teatro Caio Melisso: un elemento emblematico, perché è dal teatro che nasce tutto, la musica, i personaggi, il coro, gli strumenti”.

C’è un’idea di fondo della sua impostazione registica che vorrebbe sottolineare?
“Orfeo è una storia di ragazzi e per questo abbiamo scelto un cast giovane. Ho voluto cogliere il senso della giovinezza, lo stupore della scoperta dell'amore e come sia effimero il momento dell'innamoramento: non si ha quasi il tempo di realizzarlo che è già finito. Il destino è talvolta crudele. Lo è stato per Orfeo e per Euridice, che gli è stata brutalmente strappata dalla morte. Il resto è silenzio e solitudine disperata. Ho cercato di rendere tutto questo proprio attraverso la presenza anche fisica di giovani in grado di trasmettere il messaggio di quanto fugaci siano l'amore e la giovinezza: ‘Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia!’, come ha cantato Lorenzo il Magnifico”.

Patrizia Luppi


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